Intervista a Elena “Kat” Coriale

By Giulia Conte - - Gaming al femminile

Gioca da svariati anni e nel tempo ha saputo sfruttare la sua passione per il gaming in molti modi: è una gamer appassionata, lavora nella redazione di un’importante testata del settore videoludico e collabora con il maggiore sito italiano dedicato a Overwatch. Lei si chiama Elena Coriale e l’abbiamo intervistata in esclusiva per voi!


– Ciao Elena, parlaci un po’di te e della tua carriera.

  • Gioco praticamente da quando ho memoria: è ed sempre stata una grande passione, che con il passare del tempo ha trovato risvolti molto interessanti.
    La mia carriera in ambito videoludico ha trovato il suo picco ai tempi di Call of Duty 4. Ero riuscita ad ottenere lo sponsor della TCU.
    Al momento scrivo per GamesVillage.it, di cui sono anche la Social Media Manager.
    Ho sempre amato scrivere, per questo cerco sempre di trasmettere questa mia grande passione in ogni pezzo da me prodotto; GamesVillage mi ha dato la possibilità di crescere e di mostrare ad un pubblico molto più ampio quello che sono in grado di fare, quello che amo. Come redattrice, adoro mettermi sempre alla prova: non importa il genere di un videogioco, ma quello che è in grado di trasmettere.
    Ultimamente ho iniziato anche una collaborazione con Overwatchitalia.net, che ha un grande potenziale: lo staff è fantastico, creativo, e pieno di sorprese in arrivo!

– Pensi che una ragazza possa avere maggiori difficoltà nel competere nel mondo del gaming rispetto a un ragazzo?

  • Questa è una questione molto delicata: c’è infatti una linea sottile tra il sessismo ed il volersi mettere in mostra.
    Ho vissuto parecchie esperienze nell’arco della mia carriera, non tutte rosee.
    Anni fa era molto più difficile farsi notare, i team femminili erano quasi una rarità, ed il competitivo era più complicato dal punto di vista morale. Spesso le ragazze venivano sottovalutate o derise, ed altre volte non gli era nemmeno permesso giocare dati alcuni regolamenti che prevedevano l’iscrizione di team completamente al maschile. Questi fenomeni con il passare del tempo si sono attenuati, le parentesi rosa nel mondo videoludico si sono accentuate parecchio, e non è più molto difficile trovare compagne di gioco.
    C’è però da evidenziare un aspetto, a mio avviso, un po’ triste: vedo sempre più spesso ragazze che si definiscono “videogiocatrici”, “gamergirl”, “nerd”, un po’ come se fosse uno status-symbol. Ragazze che sfruttano questa passione come fonte di visualizzazione, di notorietà; penso che questo sia un problema che va di pari passo con le discriminazioni passate, proprio perché ai giorni nostri, il videogiocatore, dovrebbe essere considerato per la sua persona, e non in base al sesso, sempre per un discorso di parità.

– Cosa ne pensi della notizia che una ragazza 17enne koreana è stata accusata di cheating durante un torneo di Overwatch e ha dovuto dimostrare le sue abilità per non essere squalificata?

  • Questi comportamenti sono sempre vergognosi e dannosi per la nostra immagine. Anni fa capitò anche a me la stessa cosa, ad una lan di Halo. Il problema è che ruota tutto attorno ad un vortice originato dall’ignoranza, che è generata a sua volta dalla superbia stessa. È un circolo vizioso, che negli ultimi anni ha iniziato a mostrare qualche crepa: questi fenomeni si verificano infatti in numero molto ridotto rispetto a prima.

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– Cosa ne pensi del movimento degli eSports e come pensi possa migliorare in Italia?

  • Gli eSports stanno facendo numerosi passi avanti nel nostro Paese: le persone, videogiocatori e non, iniziano a vederla come una vera e propria realtà sportiva.
    Non siamo nemmeno lontanamente vicini a quelli che sono i pilastri internazionali, ma oggi grazie all’informazione ed alla tecnologia, la capacità di espressione è notevolmente migliorata: non solo tramite YouTube, adesso Twitch è un vero e proprio varco diretto a disposizione di tutti. Le persone hanno più possibilità di farsi notare, di crescere e di portare il gaming ad un altro livello.
    Nonostante questo, penso che ci vorranno ancora moltissimi anni prima di riuscire ad incorporare nella cultura italiana vera e propria i paletti base per il riconoscimento degli eSports a livello sportivo professionale. Questo, a parer mio, è perché bisognerebbe prima focalizzarsi sul videogioco: c’è chi, ancora oggi, non lo riconosce a livello artistico, tanto meno a livello lavorativo. Bisogna rendersi conto che il mercato videoludico occupa ormai uno scalino di importanza notevole, che fa parte della nostra realtà: l’unica vera arma a disposizione, è l’informazione!

– Sappiamo che le finali di LoL hanno avuto più spettatori della NBA; pensi che anche in Italia si possano creare delle trasmissioni a commento dei tornei internazionali che possano avere successo?

  • Il videogioco non è più un ambiente di nicchia, e sempre più persone si avvicinano a questo mondo con la speranza di diventare qualcuno. Proprio per questo c’è chi, per passione o curiosità, segue i vari tornei internazionali.
    Sarebbe bello portare in Italia questo fenomeno, anche se lo trovo molto difficile. Penso che il nostro paese non sia ancora pronto per dare successo a trasmissioni mirate in questo ambito, dati gli attuali canoni di intrattenimento; di certo, però, sarebbe una vera e propria conquista.

– Come ti sei avvicinata al mondo del gaming e quali sono i tuoi giochi preferiti?

  • Mi sono avvicinata a questo mondo sin da piccolissima, dalle primissime piattaforme: ricordo le ore passate a giocare ad Alex Kidd con il Sega Master System!
    Quella dei giochi preferiti è di sicuro la domanda che mi viene posta con più frequenza, ed ogni volta è sempre dolorosa!
    La scelta è sempre difficilissima, perché di titoli che mi hanno rubato il cuore, ce ne sono parecchi.
    Il genere che più mi ha affascinata è di sicuro l’horror, quindi non potrei non citare pietre miliari come Silent Hill (finii il 2 in 1 ora e 37 minuti) e Resident Evil, o titoli più di nicchia come Eternal Darkness per GameCube (fino ad ora ho conosciuto solo altre 2 persone che l’abbiano finito), Rule of RoseObsCureProject Zero, per arrivare ai nostri giorni con Until Dawn, ma potrei continuare all’infinito.
    Per quanto riguarda gli altri generi, i miei gusti sono molto vari e diversi tra loro.
    Ad esempio, sono una fan sfegatata di Bioshock, così tanto da essere riuscita ad entrare in contatto con Ken Levine; poi c’è Skyrim, che mi ha prosciugato la vita, Zelda (in particolare Ocarina of Time), Gears of WarFinal FantasyBatmanThe Last of UsDestiny, ed il più recente Overwatch.
    Insomma, è una lista praticamente infinita!

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– Cosa ne pensi del progetto GamerWall?

  • Penso che quella di GamerWall sia un’iniziativa bella ed originale, ma soprattutto informativa. Al giorno d’oggi si è sempre in una ricerca costante tra equilibrio e parità tra gli individui, e secondo me questo è il modo giusto per dare un contributo significativo a tutto quello in cui crediamo.
    È bello leggere e sentire le esperienze di tutti coloro che si avvicinano a questo mondo, perché si crea così la possibilità di confrontarsi e migliorarsi in continuazione.

– Ultimamente si parla spesso di Overwatch come del gioco che rappresenterà una spinta forte per la creazione di una vera community di videogiocatori, vista la necessità di una forte chimica di squadra. Pensi che questo gioco possa rappresentare una vera svolta per creare sempre più team professionisti?

  • Overwatch sta veramente lasciando il segno: è un titolo che premia il gioco di squadra, l’affinità e la collaborazione; la comunicazione diventa essenziale, insieme alla capacità di adattamento alle varie situazioni.
    Queste caratteristiche hanno comportato la numerosa formazione di team, anche in Italia, che grazie alle tanto attese ranked (partite classificate) hanno la possibilità di confrontarsi tra loro su più livelli. Spero, dunque, che una fetta dell’eSports venga conquistata anche da questo titolo, cosa che vedo tranquillamente realizzabile.

– A proposito di Overwatch e di eSports, credi anche tu, come qualcuno ha già suggerito che i team professionistici e i pro player possano essere spaventati dal fatto che l’asimmetria dei personaggi e la particolarità del gameplay possa allontanarli?

  • Ci troviamo davanti a dinamiche completamente diverse rispetto a molti altri titoli, più o meno recenti: in Overwatch, ogni eroe ha delle caratteristiche diverse dall’altro, ed il punto forte è proprio la sua “asimmetria”.
    Ogni team gioca e si struttura in modo differente, ed ognuno è libero di specializzarsi nella classe che più preferisce. Principalmente, l’importante è riuscire a cambiare assetto a seconda della modalità, dall’attacco o dalla difesa, e soprattutto coordinarsi con i compagni per fare in modo che nessuna posizione resti scoperta. Lo scopo è appunto quello di coprirsi a vicenda e capirsi al meglio, così da rendere la propria tecnica invincibile contro qualsiasi avversario, anche il più temibile!

 

N.d.R. Alcuni passaggi di questa intervista sono stati modificati su richiesta della diretta interessata.